I libri di febbraio 2018 - Maria Carmela Stella, copywriter

#2 – I libri di febbraio 2018

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Fabrizio De André. Una goccia di splendore, a cura di Guido Hariri – Rizzoli

Uno degli aspetti positivi di avere la mania dei libri è che me ne hanno regalati e me ne regalano tanti e diversi e, quindi, mi capita spesso di trovare facilmente qualcosa da leggere ogni volta che ho qualche curiosità.
Una goccia di splendore” mi è stato regalato una decina di anni fa, era appena uscito. Per quel che mi riguarda era ed è un elemento d’arredo, nel senso che è in bella mostra sul mobile dell”ambiente unico separato dalla camera da letto’ dove passo il tempo quando sono a casa. Ho iniziato a leggerlo dopo aver visto il film “Fabrizio De André. Il principe libero” perché, guardando il film, mi sono resa conto di non sapere un sacco di cose sulla vita di De André e di avere voglia di conoscere meglio alcuni aspetti di quello che è stato ed è uno dei miei cantanti preferiti.
È un bel libro, è un tentativo di definire una sorta di biografica di De André attraverso sue dichiarazioni, scritte e orali, e attraverso foto e documenti. L’introduzione alla Città vecchia è una delle cose che mi fa pensare che sia stata una fortuna crescere ascoltando le canzoni di De André.

«Già da ragazzo avevo scritto, nella Città vecchia, qualcosa di cui resto tuttora convinto: “Se non sono gigli son pur sempre figli / vittime di questo mondo”. Volendo dire due cose: intanto, che c’è una morale interna a ciascuno di noi, che ha ben poco a che vedere con quella che ci viene imposta dalle religioni, dalle leggi, dallo Stato, e poi che l’uomo è mosso da congegni talmente complessi che finiscono per agire, spesso, al di là della sua volontà. Così è inevitabile, per chi ragiona obiettivamente, trovare poco merito nella virtù e ancor meno demerito nell’errore.»

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Volgare eloquenza, Giuseppe Antonelli – Editori Laterza

Il titolo, ‘volgare eloquenza’, in modo automatico fa venire in mente Dante Alighieri, Giuseppe Antonelli però si riferisce ad altro, nello specifico a come l’abbassamento del livello del linguaggio politico abbia contribuito ad abbassare il livello della comunicazione politica e della politica stessa (ma di questo mi pare ci siamo accorti tutti).
Tutti quelli che dopo le ultime elezioni politiche, hanno detto: “siamo sopravvissuti a Berlusconi, possiamo sopravvivere anche a Salvini”, dovrebbero leggere questo libro e riflettere sul ‘come’ siamo sopravvissuti a Berlusconi e su quali sono le conseguenze dei 20 anni di Berlusconi, a livello politico, a livello sociale e, soprattutto, a livello culturale e di linguaggio, sono conseguenze che diventeranno macigni se sopravviveremo anche alla mediocrità a 5 stelle.

«In latino il popolo si chiamava vulgus. Dunque volgare aveva in origine l’accezione di «popolare», anche nel senso di «comune a tutti». Il senso che oggi diamo alla parola – quello di «rozzo, triviale» – comincia a diffondersi solo dal Cinquecento. Ecco perché Dante chiamava volgare la lingua parlata dal popolo: quella che nel De vulgari eloquentia considerava ormai abbastanza nobile da potersi sostituire al latino.
Oggi, l’eloquenza di molti politici può essere definita volgare proprio a partire dall’uso distorto che fa della parola e del concetto di popolo. Un uso dal quale discende quasi sempre una retorica dell’abbassamento. Nel momento stesso in cui si mitizza il popolo sovrano, lo si tratta in realtà come popolo bue. Qualcuno a cui rivolgersi con frasi ed espressioni terra terra, cercando di risvegliarne bisogni e istinti primari. O tutt’al più come un popolo bambino: un capricciosissimo moccioso da viziare in ogni modo pur di portarlo dalla propria parte. Questa eloquenza è volgare perché da questa idea di popolo discende una lingua che è al tempo stesso paternalista e antipedagogica.»

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L’umanità in gioco, AA. VV. – UTET

Questo e il prossimo libro appartengono alla collana dei libri dei dialoghi sull’uomo.
I dialoghi sull’uomo” è un festival dedicato all’antropologia del contemporaneo che fanno a Pistoia da nove anni, suscita da sempre in me una grandissima curiosità, ogni anno mi riprometto di andarci ma non ci vado mai. Pertanto mi limito a leggere i libri che raccolgono alcuni degli interventi.

«Giocare è un modo universale per costruire e inventare la natura umana, che è legame, socialità, sociabilità; è un’attività socio-poetica che si propone cioè di costruire, sperimentare, mettere alla prova i legami sociali, attraverso azioni che spesso non hanno alcun altro fine pratico se non la socialità stessa.»

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La cultura ci rende umani, AA. VV. – UTET

Ultima pubblicazione della collana dei libri dei Dialoghi sull’uomo. Riflettere su cosa voglia dire la parola ‘cultura’ è importante, oltre che essere interessante. Si tratta di uno di quei concetti che riservano sorprese a seconda dei punti di vista da cui viene analizzato.

«Eppure penso che parte di quella cultura che ci rende umani, ci suggerisce al contempo di esercitare sempre il senso critico e soprattutto vigilare sulle piccole e grandi conquiste faticosamente ottenute. Vorrei forse lasciare a intendere che il controllo del fuoco e la capacità di conservarlo non debbano essere pensate al pari conquiste irreversibili? Probabilmente gli umani continueranno ad accendere fuochi ma, qualche volta, i fuochi che servono a scaldare e a cuocere i cibi si spengono. Succede quando qualcuno con l’idea di fabbricare uomini nuovi non fa altro che “disfare” l’umanità. È sufficiente pensare ai molteplici e tragici tentativi di dare forma all’umanità verificatisi nel corso del Novecento: dal nazismo di Adolf Hitler al regime khmer di Pol Pot ad altri catastrofici esperimenti sociali e politici.
Gli umani hanno dato prova – e ahimè continuano a darla – di essere abili spegnitori dei fuochi, reali e metaforici, che stanno alla base della vita in società. Nonostante ciò, come è riscontrabile guardando alla storia, consumata la tragedia, i fuochi tornano ad accendersi e quasi come per magia, si torna semplicemente umani.»

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Eccomi, Jonathan Safran Foer – Guanda

Un libro che ci ha messo un po’ a decollare e a prendermi, non mi ha convinta del tutto, ci sono delle cose che non mi tornano e che restano sospese, certi dialoghi ho fatto fatica a seguirli perché non sono riuscita a capire dove volevano arrivare, sempre che volessero arrivare da qualche parte.
Ogni tanto un po’ straniante, quando i due protagonisti Jacob e Julia dialogano tra di loro, ma anche quando Jacob dialoga con suo cugino Tamir, fanno riferimento al loro passato o al loro quotidiano in comune e lo fanno con una intima conoscenza reciproca che, mi pare, escluda il lettore, me nel caso specifico.
È un libro che si fa leggere, l’ho terminato abbastanza facilmente, ma non ne ho ricavato un’idea chiara, cioè non so dire se mi è piaciuto.
Per il momento il mio giudizio è sospeso, e per casi del genere il mio consiglio è di leggerlo perché male non fa.

«Ripensai al discorso di mia madre al mio matrimonio: « Nella malattia e nella malattia. È questo che vi auguro. Non cercate e non aspettatevi miracoli. Non ci sono miracoli. Non più. E non ci sono rimedi per le ferite che feriscono di più. C’è solo la medicina di credere nel dolore dell’altro e di esserci». Chi avrebbe creduto al mio dolore? Chi sarebbe stato presente per il mio dolore?»

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