Etnomusicologia e varie | Carmela Stella

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John Waters
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Tom Beatty
La mia vita da lettrice
21/06/2011 - 22:24

«Ero un avvocato come Harmon Whitney
o Kinsey Keene o Garrison Standard,
perchè mi sono occupato del diritto di proprietà,
anche se sotto la luce delle lampade, per trent'anni,
nella sala da poker del teatro.
E io vi dico che la vita è un giocatore
molto più in gamba di tutti noi.
Non c'è sindaco che sia riuscito a chiudere la bisca.
E se perdi puoi squittire come ti pare;
non ti restituiranno più i soldi.
Quello è un giocatore che fissa una posta difficile da conquistare;
quello mescola le carte per catturare la tua debolezza
e non incontrare la tua forza.
E ti dà settant'anni per giocare:
perchè se non riesci a vincere in settant'anni
non potrai vincere mai più.
Così, se perdi, esci dalla sala -
esci dalla sala quando è arrivata la tua ora.
è una meschinità star lì seduti a palpeggiare le carte,
e maledire le perdite, occhi-appannati,
e tentare e tentare ancora, piagnucolando.
»
(Edgar Lee Masters, Antologia di Spoon River)

 
Paul Valéry
La mia vita da lettrice
17/06/2011 - 23:04

«Il mio solo passatempo, il mio unico sport era il più puro di tutti: nuotare. Ritornando a questo elemento universale mi sembra di riscoprire e riconoscere me stesso, il mio corpo diventa lo strumento diretto della mente, l'autore delle sue idee. Tuffarsi nell'acqua, muovere il corpo dalla testa ai piedi in questa bellezza selvaggia e seducente, volteggiare nelle pure profondità del mare: ecco un piacere per me paragonabile solo all'amore.»
(Charles Sprawson, L'ombra del massaggiatore nero, Adelphi 2000: 108-109)

 
Lord Byron
La mia vita da lettrice
13/06/2011 - 23:04

«Solo quando nuotava poteva sperimentare la totale libertà di movimento, principio al quale dedicò la sua vita, dato che una contrazione del tendine di Achille lo obbligava a camminare sulle punte, imponendogli una strana andatura affettata. «Quando sono in acqua provo una sensazione deliziosa,» disse una volta a Medwin «e quando esco il mio spirito è leggero più che mai. Se credessi nella trasmigrazione delle anime, penserei di essere stato un tritone in qualche vita precedente».
Il nuoto era per lui una di quelle «passioni profonde» la cui attrazione principale consisteva nel «moto che accompagna l'adempimento», una passione che, come il gioco d'azzardo e i viaggi, riempiva il «vuoto bruciante» che così spesso lo angosciava.
»
(Charles Sprawson, L'ombra del massaggiatore nero, Adelphi 2000: 112-113)

 
l'ombra del massaggiatore nero
La mia vita da lettrice
05/06/2011 - 23:02

«Quasi tutte le città sede di presidio erano dotate di grandi piscine all'aperto; l'esercito romano annoverava fra le proprie forze un reggimento di nuotatori germanici e una compagnia speciale di subacquei [...].
Ma era soprattutto in tempo di pace che il rapporto dei romani con l'acqua aveva dello straordinario. La usavano per mantenersi in salute e per divertirsi e furono loro [...] a costruire a questo scopo le terme, in ogni città, caserma o villa. Se in piena estate a Londra funzionavano otto piscine, i cittadini di Roma ne avevano a disposizione ben 800, alcune delle quali di dimensioni spettacolari e in grado di contenere più di mille persone. Gibbon osserva che «il più umile romano poteva assicurarsi con una monetina di bronzo uno spettacolo quotidiano di una tale pompa e lusso da suscitare l'invidia degli imperatori asiatici». Un fiero avversario della tirannia come Charles Kingsley diceva una sola cosa a favore di Roma, e cioè che essa aveva procurato «terme gratuite alle sue vittime». E mentre in Grecia le terme venivano considerate una parte accessoria delle palestre, in Italia avveniva esattamente il contrario.
Con il declino dell'Impero, lusso e pompa aumentarono: più degenerato l'imperatore, più sontuose le sue terme.»
(Charles Sprawson, L'ombra del massaggiatore nero, Adelphi 2000: 55-56)

 
Il più grande uomo scimmia del Pleistocene
La mia vita da lettrice
24/05/2011 - 21:26

«Zio Vania gli puntò contro un cosciotto d'antilope con gesto accusatore:«Perché quello che hai fatto ti ha spinto fuori dalla natura, Edward. Si tratta di colpevole superbia, come fai a non capirlo? Ed è il minimo che si possa dire. Eri un figlio della natura, semplice e pieno di grazia, facevi parte dell'ordine della natura, di cui accettavi i doni e i castighi, le gioie e i dolori: così vivace, così autosufficiente, così innocente. Partecipavi al grande e mirabile disegno della flora e della fauna, che vivono in perfetta simbiosi, e però progrediscono con infinita lentezza nella maestosa carovana del mutamento naturale. E adesso dove ti ritrovi?»
«Sentiamo un po', dove mi ritrovo?» rimbeccò papà.
«Tagliato fuori» sentenziò zio Vania.
«Tagliato fuori da che cosa?».
«Dalla natura... dalle tue radici... da qualunque senso di appartenenza reale... dall'Eden».
«E anche da te?» sorrise papà.
«Certo anche da me» disse zio Vania. «Io disapprovo, te l'ho già detto. Disapprovo con tutto il mio essere. Continuo a vivere da semplice e innocente figlio della natura. Ho fatto la mia scelta. Resto scimmia».
«Vuoi ancora un po' di antilope?»
«Grazie, ma adesso preferirei assaggiare l'elefante. [...]»
»
(Roy Lewis, Il più grande uomo scimmia del Pleistocene, Adelphi 2010: 55-56)

 
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