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CORO «Amori che giungano eccessivi
nè fama accordano agli uomini né virtù;
ma se con misura Cipride giunge,
altra dea non c'è così gradita.
Mai, o Signora, non scagliare su di me
dell'arco tutto d'oro l'ineludibile dardo
intinto nel desiderio.
Cara mi abbia temperanza, dono splendido dei numi;
giammai rissose ire e contese insaziabili
infligga Cipride tremenda,
sconvolgendo il mio cuore per letti altrui;
ma rispettando unioni che siano senza liti,
ella con acuto discernimento distingua
l'uno dall'altro i letti delle donne.
O patria, o casa, mai divenga io
priva della mia città, vivendo una vita
d'angustie, aspra da traversare,
infelicissima di afflizioni.
Da morte, da morte sia io domata
prima che tal giorno io compia:
altra pena più grande non c'è
che l'essere privati della patria terra
Ho visto; non su parola d'altri
sono in grado di parlare: te non la città,
non amico alcuno ti compiangerà,
te che soffri le più tremende delle pene.
E perisca l'ingrato, cui è permesso
non onorare gli amici,
dopo aver dischiuso il chiavistello
di un cuore puro: mai costui mi sarà amico.»
(Euripide, Medea, BUR 2010: 161-163)
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